Menù alla Carta
Abitudini alimentari e vita quotidiana dalle carte di un antico convento di Sicilia
La mostra
La mostra offre al suo pubblico la possibilità di partecipare ad un’esperienza coinvolgente e interattiva attraverso la visita virtuale di un antico convento e dei suoi ambienti: la biblioteca, la cucina, il refettorio e il dormitorio; tutti ricreati liberamente grazie all’intelligenza artificiale. Ad ogni ambientazione è stato legato un breve racconto, da leggere e ascoltare, che vede come protagonisti i frati del convento. Ulteriori contenuti, immagini e approfondimenti su tradizioni, oggetti, feste, pietanze accompagnano la storia dei personaggi. Il focus principale della mostra è il tema delle cibarie: le abitudini alimentari, gli ingredienti, i prodotti tipici, le preparazioni tradizionali, le pietanze consuete di una comunità di religiosi realmente esistita, quella dei Minimi discepoli di San Francesco di Paola di Salemi, un piccolo paese dell’entroterra della provincia di Trapani. I loro documenti storici, conservati nell’Archivio di Stato di Trapani, sono ricchi di segreti e usanze sulla vita quotidiana e sulla tradizione culinaria dell’ordine, tra il XVII e il XIX secolo. Una tradizione che, inevitabilmente, contribuisce a gettare luce sulla storia economica e sociale di un’intera comunità.
La storia e i personaggi
I documenti d’archivio del 1768 ci riferiscono di un convento abitato da 6 frati: Gaetano Diana, vicario e governatore del convento, Giandomenico Brescia, Michelangelo La Franca, Antonino Coppola, Bonaventura Purcazio e, infine, Andrea Fici. I loro nomi sono stati scelti per dare vita ai personaggi che, tra realtà e immaginazione, animano la nostra narrazione. Ad accompagnare i visitatori durante il percorso è frate Andrea, che svolse, tra il 1767 e il 1776, il compito di quinterniero, cioè di addetto alla compilazione del registro di contabilità. Nelle storie, il narratore assume spesso la prospettiva di fra’ Andrea che, attraverso i suoi ricordi e il racconto di aneddoti ed episodi al quale si immagina abbia assistito, ci presenta, uno dopo l’altro, un ampio e variegato insieme di personaggi e situazioni, ognuno dei quali ha un suo ruolo nella composizione, contribuendo a conferirle un aspetto corale. Altre figure fanno la loro comparsa fugace nella narrazione, che si svolge in un tempo non definito, ma che riflette, quanto più possibile, una rappresentazione del contesto sociale compreso tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.
Nell’immagine si leggono le firme dei frati del convento apposte in calce al resoconto finale del trimestre di spesa dei mesi da ottobre a dicembre del 1768.

Riferimenti archivistici
Corporazioni religiose soppresse. Salemi. Convento di San Francesco di Paola. Scritture contabili. Introiti ed esiti.
Unità archivistica
Libro di esito, n. 10, c. 28v. IT-TP0021+crss-csfp_10+0059.jpg
Estremi cronologici dell’unità archivistica
1767-1777
Obiettivi
Partendo dai documenti storici conservati nell’Archivio di Stato di Trapani, si è voluto costruire un prodotto digitale basato sullo storytelling e sull’interattività, che si pone un duplice obiettivo: la valorizzazione delle tradizioni culinarie del nostro territorio e, al contempo, del nostro patrimonio archivistico. Il risultato è una mostra digitale che vive nei due mondi della realtà e dell’immaginazione. I documenti d’archivio hanno fornito tutti gli elementi narrativi che compongono il percorso tematico: episodi, personaggi, ambientazioni, oggetti, alimenti, preparazioni, nomi sono stati fatti rivivere all’interno di storie che hanno come filo conduttore le usanze alimentari di una comunità religiosa contraddistinta da un rigoroso rispetto del valore del cibo, considerato dono e risorsa della natura. Guardando attraverso la lente di questa realtà particolare, il visitatore avrà occasione di riflettere su tematiche generali e trasversali, che includono il percorso dei cibi dalla costa all’entroterra, la loro stagionalità, le vecchie coltivazioni e i prodotti autoctoni del territorio, presentati con termini dialettali all’interno di antiche ricette della tradizione siciliana, che qui trovano origine.
Nell’immagine, il frontespizio di un libro di esito del convento di San Francesco di Paola con raffigurazione del motto “CHARITAS” all’interno di un cartiglio.

Riferimenti archivistici
Corporazioni religiose soppresse. Salemi. Convento di San Francesco di Paola. Scritture contabili. Introiti ed esiti. Libro di esito, n. 11.
Estremi cronologici dell'unità archivistica
1798 - 1808
Tipologia
Volume
Sei pronto ad entrare in convento e a immergerti nel vivo del nostro percorso? Scegli di visitare una o più stanze: potrai curiosare tra gli oggetti della cucina o tra i libri e i documenti conservati nella silenziosa biblioteca, conoscere i piatti pronti ad essere serviti sulla grande tavola imbandita nel refettorio o accedere alle stanze dell’infermeria con i suoi medicamenti. Preparati ad ascoltare storie che ti faranno sorridere e a cimentarti, se lo vorrai, nella lettura di antichi documenti, e perché no, a prendere spunto per sperimentare qualche antica ricetta. Buona visita!
BIBLIOTECA
Nella biblioteca i frati si sono riuniti per discutere di contabilità. Sbirciando nei loro libri potrai conoscere qualcosa di più sulla loro vita quotidiana, sulla gestione del convento e sulle loro abitudini. Tra spese ordinarie di cibo, pulizie, feste, elemosine e qualche imprevisto, riusciranno a far quadrare i conti? Scopriamolo insieme!
INFERMERIA
Entra nell'infermeria a far visita a Fra' Michelangelo e tra unguenti, sciroppi e medicamenti vari, potrai conoscere qualcosa di più su personaggi legati al mondo della medicina e su alte altre figure di artigiani, mastri e lavoratori che gravitavano attorno alla comunità dei religiosi.
REFETTORIO
Nel refettorio si sta allestendo un banchetto molto particolare...entra per saperne di più! Scoprirai i menù che i frati preparavano in occasione delle principali festività religiose, conoscerai curiosità sulle antiche ricorrenze celebrate in convento e tante tante ricette di piatti della tradizione siciliana.
CUCINA
In cucina c'è gran fermento...entra e scoprirai cosa prepara il cuoco. Cerca il suo ricettario di dolci, rovista tra i suoi utensili, potrai anche curiosare nella sua lista della spesa con tutti gli ortaggi, i cereali, i pesci e le loro preparazioni. Il suo segreto? Materie prime di stagione e a chilometro zero!
Biblioteca
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Al suono della campanella, secondo un’antica usanza, i frati del venerabile convento al gran completo si ritrovavano congregati in biblioteca per esaminare il conto delle spese in vista dell’imminente controllo dei padri provinciali di S. Oliva di Palermo, in visita ufficiale l’indomani.
Il vicario, fra’ Gaetano Diana, noto a tutti per la sua oculatezza e parsimonia, era estremamente preoccupato che quest’anno i conti non sarebbero tornati e che le spese avrebbero superato le entrate. Ancora di più lo era frate Andrea Fici, al quale quest’anno era toccato il delicato compito di quintirniero, ovvero di addetto alla compilazione del registro di contabilità.
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Era stato un trimestre pieno di spese impreviste: oltre a quelle consuete del barbiere, delle elemosine, della cera, delle ostie, della tassa fondiaria, dei quinternuli di carta, della neve della Montagna e del sapone, in questi mesi si era reso necessario organizzare il funerale del reverendissimo padre generale Ciriminna ed intilarare il suo retratto.
Come se non bastasse, avevano dovuto pagare un mastro per la pulizia della cisterna, dove fra’Antonino si era accorto che un gatto era finito dentro. In aggiunta, erano stati celebrati i riti della Settimana Santa e, cosa non meno importante, i festeggiamenti per il Santo Padre, San Francesco di Paola.
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Nel silenzio assoluto della biblioteca, si sentiva soltanto il giovane frate scandire ad alta voce il lungo elenco di cibarie consumate giornalmente e le corrispettive spese, quasi fosse una litania: pasta con la mollica (rotoli 1): tarì 1 e grana 2; baccalaro fritto con salsa verde e olive (rotoli 1): grana 19; attoppatelli stofati (rotoli 1 ed oncie 5): grana diecisette; cecirello fritto (rotoli uno ed once tre): grana 15; sarde a beccafico (rotoli uno ed oncie 3): tarì uno e grana 2; salsiccelle di vope stofate (rotoli uno ed once tre): tarì 1 e grana 5.
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Concluse le cibarie, toccava tirare le somme dell’organizzazione della festa del S. Padre che i confrati avevano voluto celebrare con tutti gli onori: tamburi, petrieri da scoppiare alla vigilia e durante la festa, masculi in numero di mille, mortaretti, la processione dei chierici, i musici, l’organista, la cera per le ninfe del Vespro e gli altari.
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Alla fine del conto i religiosi potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo; mancavano soltanto le spese per i pranzi e le cene da offrire ai padri esaminatori, magari aggiungendo il riso con latte di mandorla, miele e cannella che erano soliti servire nelle occasioni importanti. D’un tratto il famulo, tutto trafelato, interruppe l’assemblea portando con se una missiva da consegnare direttamente nelle mani del vicario.
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In questa, i padri provinciali anticipavano ai confrati la richiesta di contribuire alle spese per la costruzione dell’organo della chiesa di Sant’Oliva a Palermo, la cui realizzazione era stata affidata al famoso organista, Francesco La Grassa. Richiudendo la lettera, a fra’ Gaetano Diana, non rimase altro che votarsi nelle mani del Signore…il bilancio sarebbe stato chiuso in netta perdita!
Al suono della campanella, secondo un’antica usanza, i frati del venerabile convento al gran completo si ritrovavano congregati in biblioteca per esaminare il conto delle spese in vista dell’imminente controllo dei padri provinciali di S. Oliva di Palermo, in visita ufficiale l’indomani.
…Il vicario, fra’ Gaetano Diana, noto a tutti per la sua oculatezza e parsimonia, era estremamente preoccupato che quest’anno i conti non sarebbero tornati e che le spese avrebbero superato le entrate. Ancora di più lo era frate Andrea Fici, al quale quest’anno era toccato il delicato compito di quintirniero, ovvero di addetto alla compilazione del registro di contabilità. Era stato un trimestre pieno di spese impreviste: oltre a quelle consuete del barbiere, delle elemosine, della cera, delle ostie, della tassa fondiaria, dei quinternuli di carta, della neve della Montagna e del sapone, in questi mesi si era reso necessario organizzare il funerale del reverendissimo padre generale Ciriminna ed intilarare il suo retratto. Come se non bastasse, avevano dovuto pagare un mastro per la pulizia della cisterna, dove fra’Antonino si era accorto che un gatto era finito dentro. In aggiunta, erano stati celebrati i riti della Settimana Santa e, cosa non meno importante, i festeggiamenti per il Santo Padre, San Francesco di Paola.
Nel silenzio assoluto della biblioteca, si sentiva soltanto il giovane frate scandire ad alta voce il lungo elenco di cibarie consumate giornalmente e le corrispettive spese, quasi fosse una litania: pasta con la mollica (rotoli 1): tarì 1 e grana 2; baccalaro fritto con salsa verde e olive (rotoli 1): grana 19; attoppatelli stofati (rotoli 1 ed oncie 5): grana diecisette; cecirello fritto (rotoli uno ed once tre): grana 15; sarde a beccafico (rotoli uno ed oncie 3): tarì uno e grana 2; salsiccelle di vope stofate (rotoli uno ed once tre): tarì 1 e grana 5. Concluse le cibarie, toccava tirare le somme dell’organizzazione della festa del S. Padre che i confrati avevano voluto celebrare con tutti gli onori: tamburi, petrieri da scoppiare alla vigilia e durante la festa, masculi in numero di mille, mortaretti, la processione dei chierici, i musici, l’organista, la cera per le ninfe del Vespro e gli altari. Alla fine del conto i religiosi potevano finalmente tirare un sospiro di sollievo; mancavano soltanto le spese per i pranzi e le cene da offrire ai padri esaminatori, magari aggiungendo il riso con latte di mandorla, miele e cannella che erano soliti servire nelle occasioni importanti. D’un tratto il famulo, tutto trafelato, interruppe l’assemblea portando con se una missiva da consegnare direttamente nelle mani del vicario. In questa, i padri provinciali anticipavano ai confrati la richiesta di contribuire alle spese per la costruzione dell’organo della chiesa di Sant’Oliva a Palermo, la cui realizzazione era stata affidata al famoso organista, Francesco La Grassa. Richiudendo la lettera, a fra’ Gaetano Diana, non rimase altro che votarsi nelle mani del Signore…il bilancio sarebbe stato chiuso in netta perdita!
Infermeria
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Sovente capitava che qualcuno dei frati del convento si ammalasse. Per non farsi trovare impreparati di fronte ad una simile eventualità, tra le spese da considerare nel bilancio, non potevano mancare quelle dell’infirmaria. Frate Andrea ormai lo sapeva bene e nel compilare il registro dell’esito non dimenticava mai di inserire nella previsione del mese somme abbastanza consistenti per l’onorario del medico e per i medicamenti da acquistare presso l’aromatario.
Esistevano molti preparati, bevande, succhi e unguenti dalle diverse proprietà sedative, depurative, antinfiammatorie, febbrifughe, lassative.
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L’olio di ricino e di mandorla, il sale inglese, la china china, la manna, il cetrato di chinina, il rabarbaro, lo sciroppo di cicoria, erano solo alcune delle sostanze che frate Andrea conosceva e di cui apprezzava le qualità.
Era convinto altresì che, nella cura dell’ammalato, fosse di fondamentale importanza l’alimentazione ed, in particolare, la somministrazione di carne e formaggio, di norma rigorosamente vietati dalla Regola del suo ordine e consentiti solo in casi eccezionali, quale appunto la malattia.
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Quell’anno toccò di ammalarsi a frà Michelangelo, il più anziano dei fratelli, che fu costretto a letto per giorni a causa della febbre. Fortunatamente, il matarazzaro aveva sistemato tutti i paglierizzi ed anche il tetto era stato riparato dal mastro murario; le forniture di tralci di ulivo erano risultate sufficienti a scaldare gli ambienti e la lavandaia aveva pulito per bene tutte le coperte.
Frate Andrea sembrava aver previsto tutto per assicurare una buona convalescenza al vecchio confrate; ciò che non aveva considerato era il suo carattere ostinato e testardo.
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Da quando era entrato nell’ordine dei Minimi, circa 40 anni prima, frate Michelangelo aveva sempre rispettato in maniera impeccabile la Regola alimentare imposta dal voto di quaresima e non aveva assolutamente intenzione di tradirla adesso; piuttosto sarebbe morto. I confrati e lo stesso Andrea cercarono per giorni e giorni di convincerlo; provarono dapprima con la gallina in brodo, poi con il piccione stufato e poi con il tumazzo e le uova, ma non ci fu niente da fare.
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Nulla poté neanche l’intervento del medico venuto a visitarlo, niente lo smuoveva dal suo principio di fede… tranne un altro principio incrollabile, il rispetto del proprio superiore.
Solo la visita del vicario, frate Gaetano Diana, figura temuta e rispettata da tutti, fu dirimente nel risolvere la situazione. Con le sue parole e la sua autorevolezza riuscì a far ragionare il vecchio ammalato, finendo per condividere una bella cena: galluzzo arrostito per frà Michelangelo e una modesta minestra di giri per lui!
Refettorio
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Illuminato dal chiarore tenue della fiaccola, frate Andrea, chino sul libro contabile con la testa fra le mani, stava completando il controllo delle registrazioni. Per quella sera ne aveva avuto abbastanza e si accingeva a chiudere il registro, quando, sotto il suo sguardo, cadde la data del 19 marzo. Istintivamente, gli scappò un sorriso e si lasciò andare al flusso dei ricordi, a quando era ancora un giovane frate con tanto da imparare e, per la prima volta, avrebbe partecipato ad un evento importante organizzato in convento: la festa di San Giuseppe.
La prima immagine richiamata alla sua memoria fu quella del refettorio, tutto tirato a lucido come non lo aveva mai visto!
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Già di prima mattina, sul lungo tavolo al centro della stanza, era stata posizionata la tovaglia di lino destinata alle grandi occasioni, conservata con cura, quasi fosse una tovaglia d’altare. Piatti, posate e bicchieri erano stati disposti in maniera impeccabile e diverse fiaschette di Moscatello di Castelvetrano stavano sulla tavola a decantare.
Al centro della stanza, fra’ Domenico, a cui era stato affidato il compito di curare l’organizzazione, dirigeva tutti e sembrava un maestro di cappella impegnato a guidare il suo coro.
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I giorni precedenti erano stati animati da accesi dibattiti sulla composizione del menù. Il mese di marzo offriva ottimi prodotti di stagione, che frà Bonaventura sapeva trasformare in piatti gustosi: salsiccioni di broccoli con sarde salate, finocchi fritti, pasticcio scoperto di favi e giri, brocculiata di carduni, minestre di lenticchie e cipolle o di ceci bianchi, spicarelli fritti, purpetti dolci, pane fritto, pesci a gelatina, ventre di tonno a conza dolce, raya ammarinata, lumache ad aghiotta, baccalà fritto, scurmi stufati, pasta con le acciughe.
Ognuno voleva dire la sua, esprimendo così i propri gusti. Ma l’ultima parola spettava a fra’ Domenico che, tra le tante proposte, seppe scegliere quella che più si confaceva all’importanza dei convitati...
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A proposito, ma chi erano gli invitati? Il giovane frate non lo aveva ancora capito, quasi sicuramente persone di un certo rango. Andrea non aveva osato chiedere nel timore di sembrare uno sprovveduto; probabilmente avrebbe dovuto già conoscere tutte le tradizioni e le feste del convento, ma quell’informazione proprio gli sfuggiva.
Attese pertanto con trepidazione il giorno del pranzo. Immaginava l’ingresso in convento delle donne e degli uomini delle famiglie notabili salemitane, forse i Villaraut o i Monroy, generosi benefattori del convento?
La sua curiosità fu finalmente soddisfatta, ma le sue aspettative furono del tutto disattese. Puntuali, all’ora prestabilita, infatti, avevano oltrepassato la soglia del convento cinque persone, uomini e donne.
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Le loro vesti non erano come se l’era immaginate, non portavano abiti di seta con ricchi ricami, né scarpe lucide, ma poveri e laceri cenci; i loro visi non erano lisci, ma solcati da profonde rughe, come se fossero stati bruciati dal sole. Un po' intimoriti, furono fatti accomodare e, per tutto il pranzo, serviti e riveriti come re e regine. Andrea solo allora capì che aveva preso un abbaglio e comprese perché i suoi confratelli avevano posto così tanta cura nel preparare la festa che, non a caso, era chiamata “invito dei cinque poveri”. San Giuseppe, un umile falegname, custode dei bisognosi, non poteva che essere celebrato dai frati, condividendo le gioie della tavola con i fratelli più umili e più sofferenti della comunità, degni di rispetto al pari degli uomini più ricchi e importanti, per la loro dedizione e la loro fiducia in Dio.
Cucina
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Del suo lavoro di economo, ripetitivo e a volte noioso, frate Andrea amava in particolare un momento della giornata: l’incontro con frà Bonaventura, il cuoco del convento.
Con lui si compilava la lista della spesa, dopo aver deciso cosa mangiare nel rispetto rigoroso della Regola dettata dal Santo Padre. Tra le mani sapienti di frate Bonaventura, prendevano forma quasi per magia i dolci delle feste, di cui tutti erano ghiotti: couscous asciutto, cubaita, mustazzoli, tirruni, confettura, sfingi, pulpittuni dolci, menduli agghiacciati e a confetti.
Tante leccornie preparate secondo un ricettario ricevuto in dono da alcune monache trapanesi e tenuto gelosamente segreto.
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Frà Bonaventura era anche un grande esperto di pesci, dei quali conosceva i nomi, le specie e le giuste modalità di preparazione, in particolare del tonno. La tunnina frisca arrostita, la tunnina a purpetti, il budello di tonno, il lattume fritto erano tra i suoi piatti preferiti.
Al cuoco piaceva la compagnia di frate Andrea; lo divertiva soprattutto far bella mostra della numerosa varietà di utensili, tutti lindi e pinti, che presentava con orgoglio con il loro specifico nome ed utilizzo. Alle pareti erano appese gradiglie e padelle, sulle boffette trovavano posto la maidda, la cioccolatera e un tiano di creta, oltre a garaffe, grattalore, pignate, pignatelli e un mortaio di marmo.
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In un angolo a sinistra risplendeva un tiano appena stagnato, accanto ad un panaro e a diversi cati. Più in fondo, si notavano due cafisi d’olio ben richiusi, giarre d’acqua, coffe di farina e botti rimesse a nuovo con i cerchi acquistati da poco a Marsala per conservare il buon vino della Torretta e dello Sparacio e, infine, il focolaro a carbone.
Per frà Bonaventura la programmazione dei pasti era un momento molto delicato, serio ed importante e frate Andrea non poteva sbagliare, né tanto meno dimenticare un ingrediente, nemmeno quando la lunga lista veniva dettata a forte velocità.
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Lunedì: pasta con sardi, seconda pietanza: sardi fritti, martedì: sardi a beccafico, mercoledì: sardi salati, giovedì: pasta con sardi fritti, venerdì: sardi arrostiti, sabato sardi stufate.
Il menù però sembrava davvero troppo monotono. Forse frate Andrea aveva frainteso il nome dei pesci? Aveva magari scritto sardi al posto di sauri o di sarachi?
Non aveva scelta, doveva chiedere spiegazioni.
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Frà Bonaventura, inizialmente sorpreso dall’inattesa interruzione, sorrise e ponendo una mano sulla spalla del suo confrate, disse:
“Non c’è nessun errore. La Regola del Santo Padre, che abbiamo fatto voto di seguire, ci impone, come sai, uno stile di vita quaresimale, con la rinuncia alla carne e ai suoi derivati, e soprattutto ci insegna i valori della sobrietà e della moderazione. Bisogna mangiare ciò che ci viene offerto dalla natura con rispetto, evitando qualsiasi spreco. Il cibo è un dono che si ripete al ciclo delle stagioni e di questo, nulla deve essere buttato e tutto deve essere consumato”.
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Quella volta per Andrea, la lista della spesa divenne un’occasione di riflessione e di crescita nella fede che mai avrebbe dimenticato. Mentre il cuoco aveva già ripreso a dettare gli alimenti, il frate si ritrovò a pensare che, tutto sommato, le sarde non erano poi così male e che, in fondo in fondo, a lui piacevano. Certo non poteva dire lo stesso per la tartaruga prevista per la settimana successiva, che frà Bonaventura gli avrebbe riproposto in tutte le salse fino all’ultimo boccone, per non perderne nemmeno un pezzetto! Ma a lui, che fosse stufata, arrostita o bollita proprio non gli andava giù!
Il consumo del pesce nel Convento di San Francesco di Paola
- Tutti
- Gennaio
- Febbraio
- Marzo
- Aprile
- Maggio
- Giugno
- Luglio
- Agosto
- Settembre
- Ottobre
- Novembre
- Dicembre

AGUGLI o AVUGLI
AGUGLI o AVUGLI, forma dialettale di aguglia: pesce azzurro molto diffuso nel Mar Mediterraneo appartenente alla famiglia dei “belonidi”. Si caratterizza per corpo il affusolato, per la sua lucentezza, la bocca allungata le sue eccellenti proprietà nutrizionali essendo ricco di Omega 3 e di sali minerali. Si avvicina alla costa dalla primavera all’autunno.

ALALONGA
meglio noto come alalunga o tonno bianco (Thunnus alalunga), è un pregiato pesce azzurro simile al tonno, riconoscibile dalle lunghe pinne pettorali e dalla carne chiara e delicata, meno grassa di quella del tonno rosso, ricca di proteine, sali minerali e Omega-3. Molto versatile in cucina, si presta a conserve sott’olio, preparazioni al forno, griglia, marinatura ed è apprezzato per il sapore raffinato. Si pesca principalmente da giugno a dicembre, con il picco di attività tra giugno e agosto quando si avvicina alla costa.
Preparazioni: alalonga a coniglio, alalonga ammarinata, alalonga stufata

ALAGOSTI o ARAGOSTI
specie di crostaceo marino detto altrimenti aligusta o aliusta, molto diffuso nei fondali rocciosi del Mar Mediterraneo.

ANGUILLI
nota nella forma siciliana anche come “ancidda”, è conosciuta come anguilla. Si tratta di una tipologia di pesce presente nelle acque europee che migra verso il Mar dei Sargassi passando attraverso il Mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico per riprodursi. È un pesce osseo che può prosperare sia in acqua dolce sia salata e possiede una forma cilindrica e allungata che ricorda da vicino quella di un serpente.
Preparazioni: anguilli alaghiotta, anguilli rostiti, anguilli stufati

ASINELLI o ASINEDDI
termine dialettale che identifica il maschio di questa specie, nome comune dello Spicara maris, un pesce azzurro di medie-piccole dimensioni che abita i fondali sabbiosi del mar Mediterraneo e dell’Atlantico orientale. Ha un corpo affusolato e snello, ricoperto di squame, mentre la testa è appuntita con grandi occhi laterali; presenta buoni valori nutrizionali come quelli della sardina e dello sgombro, per la presenza di oOmega-3, proteine nobili e minerali come il potassio.
Preparazioni: asinelli a beccafico, asinelli capoliati fatti a mortaretti pieni di ricotta- mandorle- zucchero, asinelli fritti, ballottoli di asinelli, purpetti d’asinelli, sosizzelli di asinelli

BACCALARO o BACCALÀ
è un prodotto gastronomico che si ottiene dal trattamento del merluzzo o pesce a carne bianca (generalmente di tipo merluzzo) mediante il metodo della salagione. Il baccalà è infatti internazionalmente conosciuto con il termine di pesce salato.
Preparazioni: baccalaru frittu
Pesci e prodotti derivati
“…. omnes illae personae quae venient ad vendendum pisces, et alia piscamina in hac Civitate Salem, habeant, et debeant solvere, et dare Venerabilis Conventui Santi Francisci de Paula huius predictae Civitatis rotulum unum pro quolibet carico omnium piscium, et aliorum piscaminum….”. Tanto si legge nel Libro Rosso della Città di Salemi e, in particolare, su un documento del 1589 che fa riferimento al ripristino, da parte dell’allora Capitano del Regno don Antonino Bologna, di un antico privilegio risalente al 1576, in base al quale il Convento di San Francesco di Paola aveva acquisito il diritto di ricevere un rotolo per ogni carico di pesce venduto in città.
Nel rigoroso rispetto della regola alimentare dei Minimi, che vietava la carne e i suoi derivati, il pesce rappresentava, nella dieta quotidiana dei frati di Salemi, una delle principali fonti di apporto proteico, essendo presente giornalmente.
I registri di cibarie ci forniscono diverse indicazioni sull’insolito consumo quotidiano del pesce in un centro dell’entroterra siciliano, riportando indicazioni sui centri di approvvigionamento, come ci informa anche lo storico locale Cremona: “Comechè poi in questa Città non vi fosse il mare, non v’ha pur di meno qualsiasi stagione dell’anno penuria di pesci venendo continuamente trasportata gran quantità d’ogni sorta or da Trapani, or da Marsala, or da Mazzara ed or anche da Castell’amare …” (Cremona 1762, 128). Non è chiaro se il privilegio sopra richiamato trovasse ancora applicazione nel periodo esaminato (secoli XVII-XIX), ma spesso sui volumi si legge come, in concomitanza con particolari occasioni solenni o festività religiose, il pesce venisse donato da alcuni rappresentanti delle famiglie nobili dell’epoca, come i Monroy o i Villaraut.
Altro elemento interessante riguarda le svariate specie di pesci del Mediterraneo che, sulla base della stagione, arrivavano sulla tavola dei frati in forma di pietanze talvolta semplici, talvolta molto elaborate, ma con tipologie di preparazioni ricorrenti: arrostiti, ammarinati, bolliti, stufati, “alaghiotta”, “capoliati”, fritti, a “beccafico”, a “conza dolce” o “a coniglio”. Oltre ai pesci, è attestato anche il consumo di prodotti derivati principalmente dal tonno, come il “lattumi”, l’uovo di tonno, la surra, la “tunnina” e la ventresca o ventre di tonno, mentre il “macchetto” era una salsa derivata dalle acciughe salate.
Di seguito un elenco dei nomi dei pesci rintracciati su alcuni dei registri analizzati con le relative preparazioni ed alcune ricette.
